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 Quanto bruciano queste risate. L’impostura come rimedio per il bene e il male

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Veronica Raimo racconta un’infanzia che si potrebbe dire disfunzionale con un romanzo che riscalda, poi respinge, poi di nuovo attira a sé

Grazie alla ferrea educazione dei miei genitori, ́né io né mio fratello abbiamo mai imparato a fare quelle cose spericolate come nuotare, andare in bicicletta, pattinare, saltare alla corda (era un attimo annegare, spaccarsi il cranio, rompersi una gamba, finire impiccati).
Veronica Raimo, “Niente di vero”
(Einaudi, 163 pp.)

 

Quanto mi fa ridere, ho pensato all’inizio, leggendo le imprese ansiose della madre, Francesca, convinta che i suoi figli stiano morendo appena non le rispondono al telefono e ai messaggi. In grado di scovare i recapiti di chiunque, non solo dei carabinieri, e a chiunque chiedere: mio figlio è lì? E contemporaneamente minacciare il suicidio, e poi fare la vocina da bambina, e pensare di portare le paste ai carabinieri per chiedere scusa. Quanto mi fa ridere il padre con la smania di dividere le stanze e in realtà moltiplicarle costruendoci dentro un muro, così che ogni finestra dell’appartamento di sessanta metri quadri è tagliata a metà e nessuno può nemmeno buttarsi di sotto, perché non ci si passa. Quanto mi fa ridere il disastro, appena lo riconosco, e la capacità continua di autosabotarsi e di crescere così, all’indietro. Certo questo romanzo non fa soltanto ridere. Riscalda, poi respinge, poi di nuovo attira a sé e dice: lo vedi, sono una scrittrice perché non c’è niente che io mi perdoni. Veronica Raimo scrive in prima persona cose comiche in modo molto serio, che è poi l’unico modo che mi fa ridere, dentro un romanzo di formazione al contrario, e pagina dopo pagina arriva e cresce il racconto di un modo buffo e amaro di stare al mondo, di diventare una donna, e anche di non sapere bene dove andare, cosa rispondere, cosa scegliere. Bisogna per forza avere le idee chiare, affermare un’identità, rivendicare qualcosa, definirsi in base alla bontà e alla forza? In Niente di vero c’è uno spaesamento pieno di famiglia e pieno di amore difettoso (non so se esistano amori sempre virtuosi, ma credo sinceramente di no, anzi lo spero). Veronica Raimo racconta un’infanzia che si potrebbe dire disfunzionale, ma è una parola indecente, in cui sua madre elogia continuamente il genio del fratello che ha imparato a leggere prima dei tre anni, e molte altre cose precocissime, ma taglia corto su Veronica, la figlia femmina: “E a Verika piace disegnare”.

A Verika non piace nemmeno disegnare, ma è quello l’inizio di una scelta: l’impostura. Le bugie. Un posto comodo in cui rifugiarsi, un mondo libero, sempre però, addormentandosi afferrando la mano di suo fratello. Da grande, anche offrendogli cinquecento euro per scrivere un articolo al posto suo. “Consegnai il pezzo scritto da mio fratello, mi chiamarono dal giornale per farmi i complimenti. – Bello, bellissimo, sarà l’inizio di una lunga collaborazione. Non li ho mai più sentiti. Non ho mai più scritto per quel giornale. Ma soprattutto non sono mai stata pagata, a differenza di mio fratello”. E poi il sesso, gli uomini, l’amicizia, abortire, e non venire mai riconosciuta dalla madre né per strada né in fotografia. Essere sempre un’altra, chissà chi, cambiare faccia e cambiare bugia. Veronica Raimo è riuscita a dire con precisione quanto è difficile, incerto, riuscire a essere. Quindi si ride molto, e grazie al fatto che la scrittrice non lo fa, ci si perdona.

  • Annalena Benini

  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.

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